Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera e leader storico della sinistra radicale italiana entra verso le 11.20 nella redazione di Red Tv per un’intervista con Mario Adinolfi durante la trasmissione “Finimondo”. Sfoglia i giornali in redazione prima di avviarsi al piano superiore dove avrà luogo una discussione a tutto campo che, partita dalla riflessione aperta dalle cerimonie per i 20 anni dalla caduta del muro svoltesi ieri, ha portato rapidamente all’analisi delle lotte e delle sconfitte subite, chi più chi meno, dalle sinistre europee. A partire dalla domanda di fondo se si stava meglio quando si stava peggio, riferito alle popolazioni dell’Europa orientale ma anche ovviamente a chi, avendo rappresentato una delle versioni del comunismo, è comunque chiamato a rendere conto, l’ex leader di Rifondazione comunista ha voluto subito rispondere con un altro quesito: “Ma chi è che sta meglio oggi? Ricordo una riflessione fatta di recente dallo storico marxista Eric Hobsbawn il quale in un seminario organizzato dalla Fondazione Gorbaciov ha indicato una delle chiavi interpretative per il nostro tempo, “20 anni fa dicevamo che quel mondo era finito, oggi diciamo che il nostro mondo vive una crisi grave”. Ma a parte la riflessione più generale sul fatto in sé e sul bilancio che dei nostri tempi si può fare in corso d’opera la discussione si è spostata sulla parte politica che da quell’evento è stata principalmente colpita, e cioè la Sinistra. “Si pensava che la caduta del muro avrebbe investito principalmente i comunisti ma si è compiuto un errore di sottovalutazione degli effetti di lunga durata che quell’evento ha generato”, ha detto Bertinotti, senza voler per altro dimostrare di avere alcun rimpianto per i sistemi autoritari di oltre cortina: “Dal nostro punto di vista, cioè quello europeo occidentale, nessuno avrebbe fatto a cambio, e oggi quelle popolazioni stanno certamente meglio ma utilizzando solo questo paradigma non si capirebbe il fenomeno che ha attraversato Berlino, e cioè quello della Nostalgie” .“Un fenomeno che in sostanza vuole denunciare principalmente la mancanza di una città più rassicurante e di relazioni interpersonali più profonde. Quindi la nostalgia per le lunghe chiacchere, per quella socialità e per il tempo passato insieme”. Ed è questa parte che Bertinotti porterebbe, “estraendola dalle macerie”, nel futuro. “Ma – ha sottolineato - farei sempre vedere insieme i due film simbolo delle due facce della medaglia: “Goodbye Lenin” per quanto riguarda la Nostalgie e “Le vite degli Altri” per quanto riguarda la realtà dura e pervasiva dei regimi totalitari del socialismo reale”. Insomma probabilmente – ha rilevato l’ex leader del Prc - quella nostalgia non ci sarebbe stata in Germania se la globalizzazione non avesse così devastato le relazioni interpersonali.” Ecco però che dalla riflessione su quanto accaduto in passato si è arrivato a quanto avviene oggi e sul perché le sinistre vivano la crisi che vivono. Certamente c’entra eccome la fine del muro e l’incapacità di una riflessione seria e approfondita sulle conseguenze politiche più generali che quel crollo ha determinato. Ed è qui che Bertinotti ha illustrato la sua versione indicando 3 ragioni: “La prima è che partendo dalla caduta del muro si era pensato che quella sconfitta sarebbe ricaduta principalmente sui partiti comunisti. Invece a 20 anni di distanza bisogna riconoscere che ne hanno fatto le spese anche i socialisti, socialdemocratici e laburisti europei”. “Perché in altre parti del mondo la sinistra non sta così male – ha sottolineato Bertinotti -, penso all’America Latina, oppure alla riforma della sanità voluta da Obama che avvicina molto quella parte alle parole d’ordine di quella che è stata la sinistra europea”.
“l’altro motivo risiede nella storia degli ultimi anni, e cioè prima i comunisti, socialisti e socialdemocratici europei hanno dato vita al più grande compromesso sociale mai visto al mondo. Ma poi – ha scandito Bertinotti -, quel modello è stato sconfitto. Infine l’ultimo motivo è il fallimento dei governi di centro sinistra di fronte alla globalizzazione e la sfiducia che nel proprio elettorato di riferimento essi hanno generato.” E sulla sinistra italiana ha detto: “l’uscita dall’esperienza del novecento si è tradotta in sostanza in una proposta di modernizzazione del paese mentre è stata completamente abbandonata la frontiere della trasformazione e del cambiamento. La sinistra europea o diventa di nuovo un soggetto della trasformazione oppure non ce la fa”.
La riflessione che sulla storia della sinistra italiana Bertinotti ha proposto è la seguente: “se partiamo dalla riflessione sul centrosinistra dantan e cioè quello del 1961-63, prima di Fanfani e poi di Moro, dobbiamo come sinistre tentare un bilancio della storia dell’alleanza di centro sinistra. Questo vuol dire affrontare temi economici, sociali e politici. Io penso che sostanzialmente quella sia stata un’alleanza idonea a favorire la trasformazione ma inidonea a favorire il cambiamento”.
martedì 10 novembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
Pollastrini: "Il Pd guardi alle tante rabbie e coraggi presenti nella società italiana"
Barbara Pollastrini parla di un risultato davvero bello raggiunto da queste primarie, non solo per la sua Milano dove sono andate a votare più persone della volta precedente ma anche per “il momento difficile segnato dall’intreccio tra crisi democratica e crisi economica. ” Buoni i primi passi mossi da Bersani”, dice agli Altri ma parla anche di una responsabilità collegiale di fronte ai tre milioni di elettori che al nuovo Pd e a un nuovo centrosinistra chiedono una svolta. “Bisogna reinsediare valori e civismo nella società italiana” insiste e parla della scommessa che il Pd ha davanti a sé: “il compito è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme”. Barbara Pollastrini non crede a una assuefazione diffusa, vede potenzialità nei conflitti aperti nella società da diversi soggetti ma teme la fragilità della politica nell'indicare un orizzonte comune di rivincita. Racconta: “Sant. Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi potremmo dire che ci sono tante rabbie e tanti coraggi, sta al Pd e ai progressisti unirle e rappresentarle.”
Barbara Pollastrini che giudizio dà sulle primarie di domenica?
La sensazione che ho provato in Lombardia è stata bella, calda come il cielo di quella giornata. L'immagine è quella di un popolo contro il populismo. E ciò in un momento molto difficile segnato da una crisi democratica e da una crisi economica dagli sbocchi inquietanti. Il nostro congresso fino alla partecipazione alle primarie ha mostrato un antidoto e una risorsa per tutti.
Prima dagli operai a Prato, poi un giro di colloqui con le forze politiche dell’opposizione e con i vertici delle Istituzioni. Come le sono sembrati i primi passi mossi dal neosegretario Bersani?
Buoni davvero. La sua prima battuta da segretario dice molto di lui “nella vittoria di tutti c’è anche la mia”. Con il termine ‘tutti’ Bersani ha inteso il pluralismo del PD, ma credo qualcosa di più. La sinistra, i progressisti come comunità che deve ritrovare un cammino per l'alternativa. D'altronde dall'inizio aveva affermato ‘No ad un uomo solo al comando’. In un Paese oggi malato di plebiscitarismo e con un crepuscolo del bersluconismo che rende evidente la continuità con la parte peggiore e più oscura della storia d'Italia, una leadership è tanto più autorevole quanto sa investire su classi dirigenti di qualità nei territori e al centro, capaci di promuovere movimento delle coscienze, di coinvolgere altri. I suoi primi passi dicono di uno stile. Essere sé stesso anche per comunicare un messaggio di autonomia dai poteri mediatici, economici ed ecclesiali. Una responsabilità anche per ognuno di noi. Di fronte a quei 3 milioni di elettori che erano lì per chiedere una svolta al Pd e al nuovo centrosinistra in termini di opposizione, di alternativa credibile, di coerenze.
Quali sono secondo lei le priorità per il Partito Democratico: le alleanze, il profilo identitario o altro?
Intanto recuperare l’ambizione morale di un partito storico. C’è bisogno di rialzare l’asticella delle idee e dei traguardi. Un partito ha senso storico se si propone un balzo in avanti in termini di uguaglianza e libertà per milioni e milioni di persone. Con uno sguardo sul mondo: Obama, Lula, la Cina, le grandi leadership si confrontano col mondo. Non si possono rimuovere le oltre 50 guerre che affliggono il pianeta, i disastri ambientali, la fame, ingiustizie inaccettabili. Il grande tema dei diritti umani a partire dalle donne. Crescono i fondamentalismi e il corpo delle donne, la dignità femminile è il “campo di battaglia” per un dominio proprietario e maschilista. Proprio perché la pressione delle donne per la loro libertà come libertà di tuttie l'affermazione di nuove leadership è incontenibile. Pensa all'Iran, nei territori diseredati dell'Africa, dell'India. Ma anche in Italia l’alfabeto della politica del Partito democratico deve ricominciare proprio dai termini: libertà, uguaglianza e democrazia. Ricordiamoci sempre che nel nostro Paese l’allargamento dei diritti sociali, civili è tutt’uno con la crescita economica complessiva, con la possibilità di fare saltare chiusure, opacità,, familismo e promuovere talenti, dinamismo.
E quindi?
Vedo una segmentazione dei movimenti. Manifestano i lavoratori atipici e gli operai, ci si mobilita contro l'omofobia, per la ricerca scientifica, si raccolgono firme per la dignità femminile, il bel corteo contro il razzismo o l'impegno contro le mafie, associazioni di solidarietà. E poi le tante persone che, in solitudine, non chinano la testa. Ma tutto questo è ancora diviso. Insisto, il compito del Pd e di un nuovo centrosinistra è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme. Da qui deriverà la forza e la tenuta delle alleanze politiche. Da una visione sul cambiamento da proporre per la società italiana.
Ma come si mettono d’accordo Casini e Vendola ad esempio sui temi etici?
Non è facile lo so e per quanto mi riguarda su quei temi mi sento più vicina a Vendola. Intanto ci si confronti sulla democrazia, sull'evidenza che investire sui diritti e i doveri della persona è la via per consolidare quei principi costituzionali oggi messi a rischio. A Casini chiederei come è possibile produrre una crescita senza considerare la spinta di una responsabilità individuale? Ma questa responsabilità individuale può fermarsi innanzi alle scelte che le sono più proprie? La dichiarazione di fine vita, una convivenza regolata nei diritti e doveri, un uso serio della fecondazione assistita? In Europa credenti e non anche tra leadership moderate hanno posizioni aperte su questi temi, per non parlare dei progressisti.
Senta onorevole, la reazione della Bindi a Berlusconi ha suscitato un’ondata di orgoglio nel mondo delle donne. Si è trattato di un momento mediatico o di un qualcosa di più profondo?
Le donne non sono in silenzio. Né nel mondo, come cercavo di dire, né in Italia. Anche rinunciare alla maternità per molte è il modo per esprimere l'insopportabilità di una precarietà feroce. Se si osserva vedi quante donne protagoniste nel sindacato, nei comitati, nelle associazioni, nell'impresa. Quanti successi nello studio e nella ricerca. Quante fatiche ma quanta voglia di farcela. Ancora una volta è la politica, la nostra ad apparire fragile, a non rappresentare. Per questo volgiamo voltare pagina. Sant Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi io vedo tante rabbie e tanti coraggi. Sta a noi, un noi largo, unirle e rappresentarle. Rosy ha fatto questo, anche simbolicamente, ecco perché ha riscosso consenso.
Barbara Pollastrini che giudizio dà sulle primarie di domenica?
La sensazione che ho provato in Lombardia è stata bella, calda come il cielo di quella giornata. L'immagine è quella di un popolo contro il populismo. E ciò in un momento molto difficile segnato da una crisi democratica e da una crisi economica dagli sbocchi inquietanti. Il nostro congresso fino alla partecipazione alle primarie ha mostrato un antidoto e una risorsa per tutti.
Prima dagli operai a Prato, poi un giro di colloqui con le forze politiche dell’opposizione e con i vertici delle Istituzioni. Come le sono sembrati i primi passi mossi dal neosegretario Bersani?
Buoni davvero. La sua prima battuta da segretario dice molto di lui “nella vittoria di tutti c’è anche la mia”. Con il termine ‘tutti’ Bersani ha inteso il pluralismo del PD, ma credo qualcosa di più. La sinistra, i progressisti come comunità che deve ritrovare un cammino per l'alternativa. D'altronde dall'inizio aveva affermato ‘No ad un uomo solo al comando’. In un Paese oggi malato di plebiscitarismo e con un crepuscolo del bersluconismo che rende evidente la continuità con la parte peggiore e più oscura della storia d'Italia, una leadership è tanto più autorevole quanto sa investire su classi dirigenti di qualità nei territori e al centro, capaci di promuovere movimento delle coscienze, di coinvolgere altri. I suoi primi passi dicono di uno stile. Essere sé stesso anche per comunicare un messaggio di autonomia dai poteri mediatici, economici ed ecclesiali. Una responsabilità anche per ognuno di noi. Di fronte a quei 3 milioni di elettori che erano lì per chiedere una svolta al Pd e al nuovo centrosinistra in termini di opposizione, di alternativa credibile, di coerenze.
Quali sono secondo lei le priorità per il Partito Democratico: le alleanze, il profilo identitario o altro?
Intanto recuperare l’ambizione morale di un partito storico. C’è bisogno di rialzare l’asticella delle idee e dei traguardi. Un partito ha senso storico se si propone un balzo in avanti in termini di uguaglianza e libertà per milioni e milioni di persone. Con uno sguardo sul mondo: Obama, Lula, la Cina, le grandi leadership si confrontano col mondo. Non si possono rimuovere le oltre 50 guerre che affliggono il pianeta, i disastri ambientali, la fame, ingiustizie inaccettabili. Il grande tema dei diritti umani a partire dalle donne. Crescono i fondamentalismi e il corpo delle donne, la dignità femminile è il “campo di battaglia” per un dominio proprietario e maschilista. Proprio perché la pressione delle donne per la loro libertà come libertà di tuttie l'affermazione di nuove leadership è incontenibile. Pensa all'Iran, nei territori diseredati dell'Africa, dell'India. Ma anche in Italia l’alfabeto della politica del Partito democratico deve ricominciare proprio dai termini: libertà, uguaglianza e democrazia. Ricordiamoci sempre che nel nostro Paese l’allargamento dei diritti sociali, civili è tutt’uno con la crescita economica complessiva, con la possibilità di fare saltare chiusure, opacità,, familismo e promuovere talenti, dinamismo.
E quindi?
Vedo una segmentazione dei movimenti. Manifestano i lavoratori atipici e gli operai, ci si mobilita contro l'omofobia, per la ricerca scientifica, si raccolgono firme per la dignità femminile, il bel corteo contro il razzismo o l'impegno contro le mafie, associazioni di solidarietà. E poi le tante persone che, in solitudine, non chinano la testa. Ma tutto questo è ancora diviso. Insisto, il compito del Pd e di un nuovo centrosinistra è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme. Da qui deriverà la forza e la tenuta delle alleanze politiche. Da una visione sul cambiamento da proporre per la società italiana.
Ma come si mettono d’accordo Casini e Vendola ad esempio sui temi etici?
Non è facile lo so e per quanto mi riguarda su quei temi mi sento più vicina a Vendola. Intanto ci si confronti sulla democrazia, sull'evidenza che investire sui diritti e i doveri della persona è la via per consolidare quei principi costituzionali oggi messi a rischio. A Casini chiederei come è possibile produrre una crescita senza considerare la spinta di una responsabilità individuale? Ma questa responsabilità individuale può fermarsi innanzi alle scelte che le sono più proprie? La dichiarazione di fine vita, una convivenza regolata nei diritti e doveri, un uso serio della fecondazione assistita? In Europa credenti e non anche tra leadership moderate hanno posizioni aperte su questi temi, per non parlare dei progressisti.
Senta onorevole, la reazione della Bindi a Berlusconi ha suscitato un’ondata di orgoglio nel mondo delle donne. Si è trattato di un momento mediatico o di un qualcosa di più profondo?
Le donne non sono in silenzio. Né nel mondo, come cercavo di dire, né in Italia. Anche rinunciare alla maternità per molte è il modo per esprimere l'insopportabilità di una precarietà feroce. Se si osserva vedi quante donne protagoniste nel sindacato, nei comitati, nelle associazioni, nell'impresa. Quanti successi nello studio e nella ricerca. Quante fatiche ma quanta voglia di farcela. Ancora una volta è la politica, la nostra ad apparire fragile, a non rappresentare. Per questo volgiamo voltare pagina. Sant Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi io vedo tante rabbie e tanti coraggi. Sta a noi, un noi largo, unirle e rappresentarle. Rosy ha fatto questo, anche simbolicamente, ecco perché ha riscosso consenso.
domenica 25 ottobre 2009
Primarie: la posta in gioco
Ci siamo, manca poco ormai al momento in cui si comincerà a votare per scegliere il prossimo segretario nazionale del Pd. I seggi, quasi 10.000 in tutta Italia e nelle circoscrizioni dell’estero, saranno aperti dalle 7 alle 20 di domani. Secondo Roberto Weber della Swg di Trieste, dovrebbero andare a votare il 50-60% di coloro che sono andati a votare la volta scorsa. Il che potrebbe voler dire circa 1 milione e mezzo do cittadini, realisticamente parlando. Un numero comunque alto di persone per una consultazione di questo tipo, fanno notare alcuni osservatori. La corsa però non ha entusiasmato un alto numero di donne democratiche: 7 su 10 secondo una rilevazione dell’Istituto Marketing e Tv, si sono dette deluse da questa competizione poiché, secondo molte intervistate, “l’antiberlusconi doveva essere una donna”.
Ma la scelta che gli elettori faranno domani cambierà il volto del Pd? Forse sì. E sono infatti febbrili e dense le ultime ore dei candidati in attesa del voto di oggi. Bersani ha passato l’ultimo giorno della sua campagna in Lombardia, dove a partire dalla mattina è stato impegnato in un giro di incontri che ha avuto come momento culmine la partecipazione alla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil e dalla Cisl della Lombardia insieme ad Acli e Arci.
La chiusura vera e propria invece Bersani l’ha fatta in Liguria insieme al candidato alla segreteria regionale Lorenzo Basso. Franceschini invece ha scelto il Nord Est per l’ultimo giorno di campagna; e così partendo da Casalecchio di Reno, e passando per la sua Ferrara a scelto come ultima tappa del tour Udine dove ha partecipato ad una iniziativa con la giovane pasionaria Deborah Serracchiani. Ignazio Marino ha passato il suo ultimo giorno di campagna a Roma per poi chiudere a Rieti. Nel Lazio infatti, dove gode dell’appoggio di Bettini, Meta e De Angelis, il senatore chirurgo punta al pieno di voti. Le ultime ore della corsa sono state turbate dal caso Marrazzo che alle quattro di ieri pomeriggio ha annunciato l’autosospensione da ogni incarico.
Sono state primarie dure dai toni anche aspri. Ma ieri i candidati in corsa per la leadership del Pd hanno voluto fare le loro ultime dichiarazioni sul partito che vorrebbero vedesse la luce: “Con queste primarie il Pd ha dimostrato di essere uscito dalla crisi” ha affermato Dario Franceshini da Marzabotto, per il suo decimo e ultimo discorso agli italiani per le primarie di domani. “Il voto dei militanti del Pd sarà la dimostrazione che ci siamo che abbiamo superato la crisi, che siamo più forti dei nostri errori, della nostra ricorrente vocazione all'autolesionismo, dei profeti di sventura, dei conservatori e di chi ci denigra”. “Questo non è più tempo di compromessi- ha mandato a dire Franceschini - di piccoli calcoli o di convenienze meschine. Chi cerca il potere per sopravvivere- conclude il segretario dei democratici- è già condannato a perdere”. Poi Franceschini ha detto; “potrebbe essere il mio ultimo discorso da Segretario”. Un incitamento forse per spingere all’ultima mobilitazione i suoi supporters. Bersani si augura che domani “vengano in tanti a votare” e poi indica ancora una volta la sua strada per uscire dalla crisi in cui versa il campo democratico: “Credo che sia chiara la mia idea di partito” - ha sottolineato Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti. “Un partito più radicato, con la sua identità, che dia un messaggio più chiaro al lavoro, alle famiglie, alle piccole imprese ed alle nuove generazioni”.
“Proprio per questo - ha concluso l'esponente Pd - penso sia giusto costruire un'alternativa, cioè opporsi alle politiche sociali ed economiche del Governo ma anche offrire un’altra scelta”.
Diverso il tono del candidato chirurgo che ieri ha voluto che si aumentasse la diffusione del suo ultimo manifesto: “Sorprendiamo l’Italia”. Ferma la sua linea che punta al rinnovo radicale delle classi dirigenti piddine. Tanto che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato cosa farebbe se dovesse vincere: “Sciolgo le correnti e faccio fare da un grande pittore i quadri dei personaggi da mettere nella galleria degli emeriti: il primo per Franco Marini, il secondo per Massimo D’Alema e il terzo per Walter Veltroni”. Ieri però Marino ha potuto incassare anche il sostegno di un gruppo di radicali del Pd. Donatella Poretti e Marco Perduca, insieme a Giancarlo Scheggi, segretario associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, andranno a votare per lui alle primarie che si svolgeranno domani. “Parteciperemo alla mobilitazione degli amici del Pd -si legge in un comunicato- sostenendo la candidatura di Ignazio Marino, con il quale in Senato ci troviamo quasi sempre d'accordo nell’espressione dei voti”. “Crediamo che Marino sia riuscito ad articolare, in modo partecipativo, una serie di proposte che vanno dal collegio uninominale maggioritario alla separazione netta tra Stato e Chiesa, dall’affermazione dei diritti civili alla libertà della ricerca scientifica fino alla depenalizzazione delle 'droghe leggere' e l'autocoltivazione della cannabis terapeutica - tutti temi che da decenni sono al centro della lotta politica, parlamentare e nonviolenta radicale”.
Ma al di là degli appoggi, ieri è stata anche la volta di Martinazzoli che si è espresso a favore di Bersani, è sulla natura stessa del partito che ha vertito il dibattito tra i candidati in corsa. Partito liquido o partito classico? Questo è il problema. Gli eterni nuovisti, ritrovatisi tutti nella mozione Franceschini, propendono per la prima opzione, e cioè un’organizzazione poco strutturata, con poche sezioni e associazioni di riferimento, un segretario che sia principalmente un leader capace di bucare il teleschermo e sparsi gruppi di supporters locali. Il secondo modello è quello che vuole trasformare l’attuale Pd in un partito sostanzialmente più tradizionale con gli iscritti, le sezioni, un rapporto dialettico con i sindacati e con diverse associazioni di riferimento. La formazione del gruppo dirigente, e non di una leadership solitaria, sarebbe affidata a canali come le federazioni, le sezioni, le competenze acquisite sul campo oltre che ad un rapporto costante, in realtà ancora tutto da costruire, con fondazioni e centri di formazione politica.
Ma domani si scontreranno anche due visioni diverse sul fronte delle alleanze: da una parte Franceschini ripropone la strada della vocazione maggioritaria, e cioè una nuova alleanze Pd-Idv con la proposta alla sinistra radicale e ai socialisti di entrare nella casa democratica. L’altra, quella di Bersani, propone la nascita di un nuovo centro sinistra con l’Udc, l’Idv e Sinistra e Libertà con il Pd a fare da perno della coalizione. I detrattori di questa impostazione dicono che di una nuova union sacré contro Berlusconi non si sente davvero il bisogno senza però spiegare con quali voti intenderebbero mandare a casa chi attualmente risiede a Palazzo Chigi. Chi ha retto finora il Pd inoltre, non si può dire che non abbia avuto campo libero. Basta controllare i gruppi parlamentari e i gruppi dirigenti per verificarne l’origine politica, quasi sempre di stretta osservanza veltroniana. Non a caso la quasi totalità del gruppo dirigente attuale si trova con Franceschini. Il punto però è che questa impostazione è risultata sconfitta dagli elettori prima e dagli iscritti al Pd poi. Adesso occorre aspettare il responso delle urne e da domani chiunque vinca dovrà fare i conti con i nodi politici e organizzativi finora non sciolti. Soltanto così si potrà costruire una forza riconoscibile per valori e strutture in grado di rappresentare una reale alternativa al centrodestra di Berlusconi.
Ma la scelta che gli elettori faranno domani cambierà il volto del Pd? Forse sì. E sono infatti febbrili e dense le ultime ore dei candidati in attesa del voto di oggi. Bersani ha passato l’ultimo giorno della sua campagna in Lombardia, dove a partire dalla mattina è stato impegnato in un giro di incontri che ha avuto come momento culmine la partecipazione alla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil e dalla Cisl della Lombardia insieme ad Acli e Arci.
La chiusura vera e propria invece Bersani l’ha fatta in Liguria insieme al candidato alla segreteria regionale Lorenzo Basso. Franceschini invece ha scelto il Nord Est per l’ultimo giorno di campagna; e così partendo da Casalecchio di Reno, e passando per la sua Ferrara a scelto come ultima tappa del tour Udine dove ha partecipato ad una iniziativa con la giovane pasionaria Deborah Serracchiani. Ignazio Marino ha passato il suo ultimo giorno di campagna a Roma per poi chiudere a Rieti. Nel Lazio infatti, dove gode dell’appoggio di Bettini, Meta e De Angelis, il senatore chirurgo punta al pieno di voti. Le ultime ore della corsa sono state turbate dal caso Marrazzo che alle quattro di ieri pomeriggio ha annunciato l’autosospensione da ogni incarico.
Sono state primarie dure dai toni anche aspri. Ma ieri i candidati in corsa per la leadership del Pd hanno voluto fare le loro ultime dichiarazioni sul partito che vorrebbero vedesse la luce: “Con queste primarie il Pd ha dimostrato di essere uscito dalla crisi” ha affermato Dario Franceshini da Marzabotto, per il suo decimo e ultimo discorso agli italiani per le primarie di domani. “Il voto dei militanti del Pd sarà la dimostrazione che ci siamo che abbiamo superato la crisi, che siamo più forti dei nostri errori, della nostra ricorrente vocazione all'autolesionismo, dei profeti di sventura, dei conservatori e di chi ci denigra”. “Questo non è più tempo di compromessi- ha mandato a dire Franceschini - di piccoli calcoli o di convenienze meschine. Chi cerca il potere per sopravvivere- conclude il segretario dei democratici- è già condannato a perdere”. Poi Franceschini ha detto; “potrebbe essere il mio ultimo discorso da Segretario”. Un incitamento forse per spingere all’ultima mobilitazione i suoi supporters. Bersani si augura che domani “vengano in tanti a votare” e poi indica ancora una volta la sua strada per uscire dalla crisi in cui versa il campo democratico: “Credo che sia chiara la mia idea di partito” - ha sottolineato Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti. “Un partito più radicato, con la sua identità, che dia un messaggio più chiaro al lavoro, alle famiglie, alle piccole imprese ed alle nuove generazioni”.
“Proprio per questo - ha concluso l'esponente Pd - penso sia giusto costruire un'alternativa, cioè opporsi alle politiche sociali ed economiche del Governo ma anche offrire un’altra scelta”.
Diverso il tono del candidato chirurgo che ieri ha voluto che si aumentasse la diffusione del suo ultimo manifesto: “Sorprendiamo l’Italia”. Ferma la sua linea che punta al rinnovo radicale delle classi dirigenti piddine. Tanto che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato cosa farebbe se dovesse vincere: “Sciolgo le correnti e faccio fare da un grande pittore i quadri dei personaggi da mettere nella galleria degli emeriti: il primo per Franco Marini, il secondo per Massimo D’Alema e il terzo per Walter Veltroni”. Ieri però Marino ha potuto incassare anche il sostegno di un gruppo di radicali del Pd. Donatella Poretti e Marco Perduca, insieme a Giancarlo Scheggi, segretario associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, andranno a votare per lui alle primarie che si svolgeranno domani. “Parteciperemo alla mobilitazione degli amici del Pd -si legge in un comunicato- sostenendo la candidatura di Ignazio Marino, con il quale in Senato ci troviamo quasi sempre d'accordo nell’espressione dei voti”. “Crediamo che Marino sia riuscito ad articolare, in modo partecipativo, una serie di proposte che vanno dal collegio uninominale maggioritario alla separazione netta tra Stato e Chiesa, dall’affermazione dei diritti civili alla libertà della ricerca scientifica fino alla depenalizzazione delle 'droghe leggere' e l'autocoltivazione della cannabis terapeutica - tutti temi che da decenni sono al centro della lotta politica, parlamentare e nonviolenta radicale”.
Ma al di là degli appoggi, ieri è stata anche la volta di Martinazzoli che si è espresso a favore di Bersani, è sulla natura stessa del partito che ha vertito il dibattito tra i candidati in corsa. Partito liquido o partito classico? Questo è il problema. Gli eterni nuovisti, ritrovatisi tutti nella mozione Franceschini, propendono per la prima opzione, e cioè un’organizzazione poco strutturata, con poche sezioni e associazioni di riferimento, un segretario che sia principalmente un leader capace di bucare il teleschermo e sparsi gruppi di supporters locali. Il secondo modello è quello che vuole trasformare l’attuale Pd in un partito sostanzialmente più tradizionale con gli iscritti, le sezioni, un rapporto dialettico con i sindacati e con diverse associazioni di riferimento. La formazione del gruppo dirigente, e non di una leadership solitaria, sarebbe affidata a canali come le federazioni, le sezioni, le competenze acquisite sul campo oltre che ad un rapporto costante, in realtà ancora tutto da costruire, con fondazioni e centri di formazione politica.
Ma domani si scontreranno anche due visioni diverse sul fronte delle alleanze: da una parte Franceschini ripropone la strada della vocazione maggioritaria, e cioè una nuova alleanze Pd-Idv con la proposta alla sinistra radicale e ai socialisti di entrare nella casa democratica. L’altra, quella di Bersani, propone la nascita di un nuovo centro sinistra con l’Udc, l’Idv e Sinistra e Libertà con il Pd a fare da perno della coalizione. I detrattori di questa impostazione dicono che di una nuova union sacré contro Berlusconi non si sente davvero il bisogno senza però spiegare con quali voti intenderebbero mandare a casa chi attualmente risiede a Palazzo Chigi. Chi ha retto finora il Pd inoltre, non si può dire che non abbia avuto campo libero. Basta controllare i gruppi parlamentari e i gruppi dirigenti per verificarne l’origine politica, quasi sempre di stretta osservanza veltroniana. Non a caso la quasi totalità del gruppo dirigente attuale si trova con Franceschini. Il punto però è che questa impostazione è risultata sconfitta dagli elettori prima e dagli iscritti al Pd poi. Adesso occorre aspettare il responso delle urne e da domani chiunque vinca dovrà fare i conti con i nodi politici e organizzativi finora non sciolti. Soltanto così si potrà costruire una forza riconoscibile per valori e strutture in grado di rappresentare una reale alternativa al centrodestra di Berlusconi.
sabato 24 ottobre 2009
Primarie: Domani seggi aperti dalle 7 alle 20. V otate Bersani
Cari amici domani si vota dalle 7 alle 20 per eleggere il nuovo segretario nazionale del Partito Democratico. Da mesi mi sto spendendo insieme a tanti altri per fare eleggere Pier Luigi Bersani che già nel dibattito tra gli iscritti è uscito vincitore raccolgiendo oltr il 55% dei consensi. Bersani possiede tutti i requisiti necessari per ricostruire il Partito Democratico e per mettere insieme una coalizione in grado di battere Berlusconi. Se sei d'accordo manda a votare qualche amico e parente. Ricordati che per votare bisogna essere in possesso di un documento valido e della propria tessera elettorale. Per trovare il tuo seggio clicca qui: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/producer.aspx?t=/servizi/primarie09/ricercaseggi.htm
domenica 11 ottobre 2009

“Nel Pd con le idee del riformismo socialista e democratico”
Si parlerà di politica e delle prospettive future per il Partito Democratico e per l’Italia nell’incontro promosso dall’Associazione Democrazia e Socialismo e dal Network della Sinistra Riformista Italiana, oltre ad altre fondazioni e associazioni nella giornata di Mercoledì 14 ottobre a Roma dalle ore 14.30 - presso la Sala Fellini dello Spazio Roma Eventi in Via Alibert 5.
La relazione introduttiva dei lavori sarà affidata al Presidente di Democrazia e Socialismo, Gavino Angius. A presiedere i lavori sarà Silvano Miniati del Network Sinistra Riformista Italiana.
Intervengono: Vincenzo Campo, Coordinatore del Network della Sinistra riformista italiana, Cinzia Dato, di Democrazia e Socialismo già Co-fondatrice dell’Ulivo, Laura Garavini deputata del Pd, Franco Lotito, del Network della Sinistra Riformista, Antonio Foccillo, della Segreteria Confederale della Uil, Alessandro Mazzoli, candidato alla segreteria regionale del PD del Lazio, Alberto Nigra, segretario di Democrazia e Socialismo, Giuseppe Russo, consigliere regionale Pd Campania.
Conlcuderà la Manifestazione il candidato alla segreteria nazionale del Pd PIER LUIGI BERSANI.
Parteciperanno fra gli altri oltre a vari parlamentari, anche esponenti di associazioni sindacali e di categoria: Fabio Baratella, Giorgio Benvenuto, Rosanna Bernardini, Antonio Boccuzzi, Mario Castellengo, Giovanna Colombo, Sandro Degni, Graziana Delpierre, Nicola Del Duce, Giancarlo Fontanelli, Emilio Lonardo, Accursio Montalbano, Francesco Orofino, Gianni Pittella, Sergio Rusticali, Giuseppe Sarnataro, Silvano Sgrevi, Silvano Veronese.
sabato 26 settembre 2009
C'era una volta.....il Congresso!
C’era una volta il “Il Congresso”. Quello del Pci, Pds, Ds si intende. E c’era anche quello degli eredi della Dc nel centrosinistra, popolari prima e diellini poi. E di questi tempi, ovvero al momento del voto degli iscritti delle sezioni sulle mozioni congressuali, non mancava mai un bell’articolo su qualche grande giornale che rimarcasse il grande evento democratico elogiandone riti e contenuti. Ma che cosa è cambiato e in che cosa diverge la Convention, così si chiama oggi, del Partito democratico da quei “vecchi” congressi che però così tanto entusiasmo potevano suscitare anche tra gli osservatori?
Partiamo dalla base: i Ds erano un partito formato da oltre 4.500 sezioni con 600.000 iscritti. La Margherita, malgrado si sospettasse un tesseramento un po’ gonfiato, denunciava come ultimo dato ben 400.000 aderenti su 1.200 circoli circa. Oggi il Pd può contare su circa 700.000 tesserati e 5000 circoli territoriali che, pur non essendo affatto pochi, risultano comunque essere molti meno della somma dei due partiti al momento dello scioglimento.
Questi due corpaccioni al momento del confronto congressuale cominciavano un “percorso” diviso in tappe che aveva come momento clou per l’appunto il voto dei propri iscritti sulle mozioni che, enunciando una visione dei problemi dell’Italia e del mondo, erano solitamente collegate a dei candidato alla segreteria nazionale del Partito. Gli iscritti erano chiamati a votare determinando così sia la linea politica sia il segretario nazionale.
Che cosa accadeva allora? La sezione di Trastevere a Roma, per esempio, convocava, in un arco di date stabilito, il proprio congresso. In quella data gli iscritti si recavano in sezione dove addirittura potevano in alcuni casi vedersi consegnare una cartellina, preparata dal gruppo dirigente locale (composto sempre esclusivamente da volontari) contenente dei documenti relativi al quartiere e delle proposte inerenti problemi e questioni della città e o della zona in questione oppure volantini su questa o quella campagna nazionale. Il congresso quindi si occupava anche di questioni che riguardavano direttamente la vita dei cittadini/militanti/ o iscritti, chiamateli come volete, con discussioni che pur partendo da una visione complessiva e globale della società arrivavano poi sempre a calarsi nella realtà circostante vissuta dalla comunità. Era la cosiddetta “politica della fontanella”. Il congresso eleggeva inoltre, in base al numero degli iscritti i propri delegati al livello superiore, quello di federazione, il segretario di sezione e il gruppo dirigente locale, che, oltre a dover rappresentare la mozione vincente, doveva essere composto in una percentuale rappresentativa dei consensi raccolti anche dalle altre mozioni. Insomma se su 100 iscritti la mozione di Caio raccoglieva il 30%, quella di Tizio il 30% e Sempronio il 40%, in un gruppo dirigente di 10 persone la ripartizione sarebbe stata: Caio 3 rappresentanti, Tizio 3 e Sempronio 4. Naturalmente a Sempronio spettava anche il segretario. Semplice e lineare. Lo stesso identico meccanismo si ripeteva ai livelli superiori: federale, regionale fino al nazionale, sia per quanto riguardava la composizione del gruppo dirigente sia per quanto riguardava l’elezione del segretario. Ma ciò che conta di più è che tutto si decideva, per quanto riguarda la raccolta dei consensi, nei congressi di sezione. Erano gli iscritti, quindi, a decidere la linea politica attraverso il voto sulle mozioni. Oggi invece le cose sono cambiate innanzitutto perché al punto 1 dell’articolo 1 dello statuto del Pd è scritto che il partito è composta da iscritti e da elettori. E’ l’istituzione di questa ultima figura che ha radicalmente cambiato le procedure dei vecchi congressi. Perché gli iscritti non hanno più una sovranità piena sul proprio partito, cioè contano ma non contano. Ma il punto 2, sempre dell’articolo 1, è ancora più chiaro poiché spiega: Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali
Infatti quello che realmente sta accadendo in queste ore nei circoli è che gli iscritti stanno votando delle mozioni che però non influiranno né sulla vita della sezione in cui la votazione fisicamente avviene né sulla vita dei livelli superiori. Infatti ciò che questo voto produrrà è soltanto una prima conta dei consensi sulle mozioni/candidati per scremare chi parteciperà alle primarie. In realtà questo momento interessa prevalentemente il candidato Ignazio Marino che deve cercare di superare il 5% dei consensi per poter accedere alla corsa del 25 ottobre. Un risultato che oltretutto sembra alla portata del senatore chirurgo che viaggia ormai attorno all’8% quando siamo al 37% dei congressi di circolo svolti.
L’11 ottobre prossimo, giorno della Convention nazionale piddina, si conteranno i voti pervenuti da tutti i congressi di circolo e confermati dalle Convention provinciali per licenziare chi effettivamente potrà partecipare alle primarie. Il momento centrale della vita del Pd come partito nazionale sarà infatti proprio il 25 ottobre, giorno in cui si voterà sia per il candidato alla segreteria nazionale sia per i candidati alle segreterie regionali. La vita delle sezioni, e delle federazioni, quindi, viene staccata da quella del partito nazionale per fare largo al diritto di decidere del cittadino elettore. Per eleggere i propri rappresentanti infatti i livelli provinciali, e con essi i circoli, dovranno svolgere il loro congresso tra novembre e dicembre ma comunque dopo il verdetto delle primarie. Insomma quella partecipazione organizzata che era una parte così importante della vita dei “vecchi” partiti oggi è suddivisa in momenti e soggetti differenti che spezzano quello che ieri appariva come un sistema decisionale che partendo a sua volta “dal basso” era in grado di decidere e di condizionare, almeno in parte, le questioni locali e nazionali. Un metodo antesignano del “nuovo” motto: think global e act local che tanto piace ad alcuni democrats. Oggi non è più così. Domani chissà.
Partiamo dalla base: i Ds erano un partito formato da oltre 4.500 sezioni con 600.000 iscritti. La Margherita, malgrado si sospettasse un tesseramento un po’ gonfiato, denunciava come ultimo dato ben 400.000 aderenti su 1.200 circoli circa. Oggi il Pd può contare su circa 700.000 tesserati e 5000 circoli territoriali che, pur non essendo affatto pochi, risultano comunque essere molti meno della somma dei due partiti al momento dello scioglimento.
Questi due corpaccioni al momento del confronto congressuale cominciavano un “percorso” diviso in tappe che aveva come momento clou per l’appunto il voto dei propri iscritti sulle mozioni che, enunciando una visione dei problemi dell’Italia e del mondo, erano solitamente collegate a dei candidato alla segreteria nazionale del Partito. Gli iscritti erano chiamati a votare determinando così sia la linea politica sia il segretario nazionale.
Che cosa accadeva allora? La sezione di Trastevere a Roma, per esempio, convocava, in un arco di date stabilito, il proprio congresso. In quella data gli iscritti si recavano in sezione dove addirittura potevano in alcuni casi vedersi consegnare una cartellina, preparata dal gruppo dirigente locale (composto sempre esclusivamente da volontari) contenente dei documenti relativi al quartiere e delle proposte inerenti problemi e questioni della città e o della zona in questione oppure volantini su questa o quella campagna nazionale. Il congresso quindi si occupava anche di questioni che riguardavano direttamente la vita dei cittadini/militanti/ o iscritti, chiamateli come volete, con discussioni che pur partendo da una visione complessiva e globale della società arrivavano poi sempre a calarsi nella realtà circostante vissuta dalla comunità. Era la cosiddetta “politica della fontanella”. Il congresso eleggeva inoltre, in base al numero degli iscritti i propri delegati al livello superiore, quello di federazione, il segretario di sezione e il gruppo dirigente locale, che, oltre a dover rappresentare la mozione vincente, doveva essere composto in una percentuale rappresentativa dei consensi raccolti anche dalle altre mozioni. Insomma se su 100 iscritti la mozione di Caio raccoglieva il 30%, quella di Tizio il 30% e Sempronio il 40%, in un gruppo dirigente di 10 persone la ripartizione sarebbe stata: Caio 3 rappresentanti, Tizio 3 e Sempronio 4. Naturalmente a Sempronio spettava anche il segretario. Semplice e lineare. Lo stesso identico meccanismo si ripeteva ai livelli superiori: federale, regionale fino al nazionale, sia per quanto riguardava la composizione del gruppo dirigente sia per quanto riguardava l’elezione del segretario. Ma ciò che conta di più è che tutto si decideva, per quanto riguarda la raccolta dei consensi, nei congressi di sezione. Erano gli iscritti, quindi, a decidere la linea politica attraverso il voto sulle mozioni. Oggi invece le cose sono cambiate innanzitutto perché al punto 1 dell’articolo 1 dello statuto del Pd è scritto che il partito è composta da iscritti e da elettori. E’ l’istituzione di questa ultima figura che ha radicalmente cambiato le procedure dei vecchi congressi. Perché gli iscritti non hanno più una sovranità piena sul proprio partito, cioè contano ma non contano. Ma il punto 2, sempre dell’articolo 1, è ancora più chiaro poiché spiega: Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali
Infatti quello che realmente sta accadendo in queste ore nei circoli è che gli iscritti stanno votando delle mozioni che però non influiranno né sulla vita della sezione in cui la votazione fisicamente avviene né sulla vita dei livelli superiori. Infatti ciò che questo voto produrrà è soltanto una prima conta dei consensi sulle mozioni/candidati per scremare chi parteciperà alle primarie. In realtà questo momento interessa prevalentemente il candidato Ignazio Marino che deve cercare di superare il 5% dei consensi per poter accedere alla corsa del 25 ottobre. Un risultato che oltretutto sembra alla portata del senatore chirurgo che viaggia ormai attorno all’8% quando siamo al 37% dei congressi di circolo svolti.
L’11 ottobre prossimo, giorno della Convention nazionale piddina, si conteranno i voti pervenuti da tutti i congressi di circolo e confermati dalle Convention provinciali per licenziare chi effettivamente potrà partecipare alle primarie. Il momento centrale della vita del Pd come partito nazionale sarà infatti proprio il 25 ottobre, giorno in cui si voterà sia per il candidato alla segreteria nazionale sia per i candidati alle segreterie regionali. La vita delle sezioni, e delle federazioni, quindi, viene staccata da quella del partito nazionale per fare largo al diritto di decidere del cittadino elettore. Per eleggere i propri rappresentanti infatti i livelli provinciali, e con essi i circoli, dovranno svolgere il loro congresso tra novembre e dicembre ma comunque dopo il verdetto delle primarie. Insomma quella partecipazione organizzata che era una parte così importante della vita dei “vecchi” partiti oggi è suddivisa in momenti e soggetti differenti che spezzano quello che ieri appariva come un sistema decisionale che partendo a sua volta “dal basso” era in grado di decidere e di condizionare, almeno in parte, le questioni locali e nazionali. Un metodo antesignano del “nuovo” motto: think global e act local che tanto piace ad alcuni democrats. Oggi non è più così. Domani chissà.
lunedì 21 settembre 2009
Rimandata la Manifestazione del 25 settembre con Angius e Bersani
Roma, 21 settembre 2009. La manifestazione "Nel Pd con le Idee del riformismo socialista e democratico" con Angius, Bersani, Dato, Miniati, Foccillo, Nigra, Campo e tanti altri, è stata rinviata a data da destinarsi a causa di motivi organizzativi. Appena sarà possibile pubblicheremo la nuova data dell'iniziativa. Ci scusiamo per gli eventuali inconvenienti.
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